L'Architettura
è donna
La mostra
Per secoli l'Architettura è stata rappresentata attraverso iconografie femminili. La mostra propone una lettura inedita di alcune tra queste allegorie: disegni, stampe e sculture con il medesimo soggetto svelano connessioni con la storia della professione, mentre le esigenze dell'immagine pubblica si integrano — e si scontrano — con una manifesta fierezza intellettuale e con i sovvertimenti della contemporaneità.
Un percorso che attraversa cinque secoli, dalla Dama di Elche alle riscritture contemporanee di Deiana Patetta, Normoid e Farinelli, interrogando i codici con cui l'immaginario occidentale ha dato corpo — femminile — a una disciplina per lungo tempo appannaggio maschile.
via Argenteria, 33 — Palermo
Allestimento e progetto grafico: V. Trapani, M. Marrone, R. Piediscalzi
Opere
Catalogo
In tempi che ci appaiono bizzarri, dove si mescolano e confliggono le esigenze di riequilibrare le prevaricazioni di un secolare patriarcato, le ingiustizie in fatto di genere, e la non più tanto larvata insofferenza per studi e per analisi che celano rivendicazioni, una mostra sulle Allegorie dell'Architettura in Europa, con un nastro temporale che giunge sino al contemporaneo, potrebbe apparire decisamente orientato. Vorremmo sfuggire a ogni sguardo anacronistico, dettato dalle urgenze del presente, e nello stesso tempo non perdere il senso totalmente attuale che ha permesso di costruire una raccolta e definire una piccola mostra.
Per anni ho collezionato stampe, disegni con raffigurazioni dell'architettura e delle arti sorelle. Si trattava solitamente di rappresentazioni convenzionali dove appaiono gli strumenti della professione, in primo luogo il compasso, ma mi incuriosiva la possibilità di decifrare all'interno di ogni allegoria eventuali scarti, mutazioni palesi o talora minime che potevano offrire ulteriori indicazioni aggiuntive al cliché. Parliamo di stereotipi diffusi, poiché appare scontato che esistano formule iconografiche che per secoli hanno dominato la raffigurazione, a partire dall'antropomorfismo e dal genere.
Se il ritratto maschile dell'architetto, già a partire dal XV secolo, e in misura più sensibile a partire dall'autoritratto di Jacopo Barozzi da Vignola (1562), segue logiche più volte oggetto di studio — mezzo busto, sguardo fiero, presenza del compasso — la raffigurazione dell'Architettura come figura femminile, vestita all'antica, segue una traiettoria e gode di una fortuna parallela.
Diciamo subito che la femminilità non rientrava nei sensi di colpa di una società gerarchica che non prevedeva mutazioni nei compiti e nelle competenze. In maggior misura, e a differenza della pittura o della musica, l'architettura non si svolgeva in ambiti appartati, obbligava all'esposizione fisica, a una compartecipazione al lavoro del cantiere e infine a un'autorevolezza di comando non distante dalla disciplina militare. Si trattava di campi di totale dominio maschile: i rarissimi casi di "architettrici" nella storia ante XX secolo sono talmente eccezionali da apparire per molti versi problematici. Usare termini come discriminazione o prevaricazione sarebbe, nel nostro caso, non anacronistico ma semplicemente ridicolo, poiché si trattava di valori totalmente condivisi, socialmente scontati.
In realtà, in età moderna tutte le rappresentazioni allegoriche delle arti — pittura, scultura, musica — o di talune discipline — astronomia, geometria — venivano declinate al femminile; la coniugazione linguistica dei termini assecondava questa identificazione nel genere. Per mezzo di alcuni essenziali elementi distintivi, le singole discipline potevano risultare riconoscibili dalle altre matrone consorelle; quelle accomunate dal disegno — pittura, scultura, architettura — spesso venivano raffigurate collegialmente. Resta quindi da capire con quali modalità e messaggi la figura femminile possa essere entrata, o rientri, nel campo dell'architettura e della sua raffigurazione.
01 —Ionica
Devo il mio primo contatto con la Dama di Elche a Carlo Ginzburg e alla brillante interpretazione sciamanica, svolta in Storia Notturna, di una figura ancora misteriosa. Alle possibili connessioni morfologiche e storiche, suscitate dallo stravagante copricapo, risaltava la relazione diretta con le volute ioniche e quindi la potenziale integrazione di un capitello con una sacerdotale cariatide.
Nella tradizione vitruviana lo Ionico è l'ordine per eccellenza muliebre: proporzioni e forme consegnano una corrispondenza con il corpo femminile e in definitiva una leggiadria solenne e composta. Le volute del capitello rimandano ad acconciature dei capelli o ad ornati copricapi. Non è certamente un caso che lo ionico ricompaia in varie rappresentazioni allegoriche dell'Architettura, integrandosi con raffigurazioni femminili, in abiti antichi e pose eroiche, che delineano una componente riflessiva, teorica, all'interno dell'arte liberale.
02 —Traslazioni "sacre" e prestiti iconografici
Individuare in un misterioso busto del V-IV secolo a.C. un archetipo di una allegoria è naturalmente un paradosso, ma in età moderna il processo di costruzione iconografica si stava basando su un paradigma sacerdotale e sovrumano che attingeva a diverse fonti, arcaiche e classiche. In fondo, l'architettura e l'atto di sfidare le leggi della fisica conservano una matrice mitica.
«...chiunque si faccia un riparo di canne e vi si nasconda unisce il proprio spirito al destino comune di tutte le creature e tornerà a sprofondare nel fango primordiale senza neppure un grido. Ma chi costruisce con la pietra aspira ad alterare la struttura dell'universo.»
Associazioni mentali e iconografie nate con scopi diversi si allinearono e definirono una trama di raffigurazioni cristallizzate di figure femminili — dee o sacerdotesse — affiancate da puttini. Per presentare le tre arti sorelle si poteva attingere al motivo delle "tre grazie", ma anche ad altre sotterranee catene iconografiche antiche che riaffiorano nel Quattrocento — fino alle tre figure femminili del Trionfo della Morte, o a quelle sul portale del duomo di Messina.
03 —Codici della rappresentazione e pubblico
I soggetti allegorici dell'architettura non si limitano alla raffigurazione di un modello ispirato dalla mitologia classica. Per gli architetti di oggi, la più celebre tra queste immagini è probabilmente quella inserita nel frontespizio dell'Essai sur l'architecture di Marc-Antoine Laugier (1755): l'Architettura raffigurata come una solenne, giovane matrona distesa su rovine, che indica la capanna primitiva a un amorino alato — un architetto in formazione. Siamo, con evidenza, sul set di una "rivelazione divina".
La maggior parte di queste incisioni, tra XVII e XVIII secolo, apparteneva a frontespizi o antiporte di trattati rivolti a un pubblico di apprendisti. Una seconda serie di rappresentazioni — dipinti, affreschi, disegni — consegnava invece a un pubblico di intendenti e potenziali committenti la nuova reputazione della professione: dietro l'apparente leggiadria si può cogliere lo svolgimento della battaglia segreta per accreditarsi come sacerdoti di un'arte liberale.
04 —Ordine, sinuosità, erotismo
Se lo ionico era il genere più adatto a rappresentare una professione trasmessa attraverso regole e comportamenti corretti, esistono varianti con potenzialità ulteriori. Il Corinzio, più slanciato ed elegante, rimanda a un corpo adolescenziale, virgineo. La flessuosità del corpo trova ulteriore corrispondenza nelle colonne salomoniche e nei sostegni di invenzione — non raro, all'interno del classicismo, individuarvi componenti dionisiache, evocate da versioni femminili danzanti, più inclini all'erotismo.
In tempi più recenti, soprattutto nel XIX e XX secolo, la figura femminile rimanda a pose più allusive, che rinviano alla grande tradizione scultorea di Michelangelo o di Canova, rivolte a un pubblico elitario di fruitori borghesi che ri/conoscono il passato iconografico e ne possiedono i codici interpretativi.
05 —Genealogie del contemporaneo
I tempi attuali per l'architettura sono diversi: l'universo femminile — soprattutto a partire dal secondo Novecento — costituisce una realtà ineludibile che ha mutato lo scacchiere delle gerarchie. Si possono trovare allegorie altrettanto eloquenti di quelle dei secoli passati, in un mondo dove i codici interpretativi sono ora tradotti da sensibilità soggettive e riflettono autobiografie.
Si potrebbe partire dalle fotografie di Joaquin Bérchez, con la loro interpretazione poetica di architetture del passato, dettagli mutati in forme astratte, sempre tendenti a stabilire nessi con la tradizione iconografica. Herman Normoid ha proposto una lavagna dove tracciare schizzi e veloci ritratti che evocano figure di architettrici di fama: il ritratto di un presente appena tracciato, che può essere cancellato e ridisegnato. Luisella Deiana Patetta ha presentato una dea gigantesca, quasi materna, intenta a curare l'ambiente e la natura — un invito a un approccio femminile, meno assertivo, all'architettura. Woolloo Farinelli ha infine ripreso in forme giocose e ottimistiche le allegorie classiche: la sorridente figura femminile con in mano un compasso è però gravida — nonostante tutto, la storia prosegue.
Info
Opening: 16 settembre, ore 18:00
Via Argenteria, 33 — Palermo
Allestimento e progetto grafico:
V. Trapani, M. Marrone, R. Piediscalzi